L’Incarnazione : spiritualità di Madame Acarie

L’Incarnazione : spiritualità di Madame Acarie

Suor Maria dell’Incarnazione scelse il proprio nome da religiosa.
Ella desiderò essere strettamente associata al mistero dell’Incarnazione; essere vicina a Gesù, il Figlio di Dio, che si incarnò in un corpo di uomo, vicina a Lui nella Sua nascita come bambino e nella Sua infanzia; vicina a Lui nella Sua crocifissione, sofferente e salvatore dell’intera umanità.
Dio divenne uomo attraverso l’umile consenso di Maria, prova dell’immenso amore di Dio nostro creatore e Padre.
In Gesù Cristo, Madame Acarie riconosce contemporaneamente il Dio che lei adora e l’Uomo Gesù che è Dio, esempio da imitare in tutto. Da qui la sua preghiera: “Vi chiedo di trasformarmi totalmente in voi e nel mistero del dono di se stesso”. Questa fu la sorgente delle sue estasi e delle stigmate.
Il più rimarchevole aspetto della sua vita in unione con Cristo è il comportamento umano eccezionale di Madame Acarie come moglie attenta, padrona di casa, madre di famiglia e amministratrice competente in ogni attività durante l’assenza di suo marito e nello stabilirsi Francia dei primi Carmelitani. Tutto questo ebbe luogo in un ambiente di morte e della sofferenza, in un mezzo secolo di prove e di guerre.

L’INCARNAZIONE, SPIRITUALITÀ DI MADAME ACARIE

Conferenza del padre DUJARDIN, oratoriano

Vorrei dirvi, e questa non è una clausola di stile, che il fatto d’essere Oratoriano, non mi qualifica particolarmente per parlare della spiritualità di madame Acarie. Certamente, l’Oratorio prova e ha sempre provato una profonda simpatia, nel senso forte del termine, al riguardo del Carmelo. I legami tra la Comunità Oratoriana di Pontoise e questo Carmelo lo dimostra bene. Ma preciso che, fino a questi ultimi tempi, bisogna confessarlo, se conoscevo la biografia di madame Acarie, non conoscevo le sue opere. Per fortuna, non sono abbondanti e ciò mi ha permesso di leggerle attentamente.
Ho tuttavia una conoscenza più approfondita, almeno lo penso, della spiritualità dell’Incarnazione, perché discepolo del cardinale di Berulle. Quelli che conoscono la storia di madame Acarie, sanno tuttavia che, se i rapporti sono stati molto stretti tra lei e suo cugino Berulle, si sono avuti anche dei momenti di tensione, di difficoltà, forse d’incomprensione grave al momento dell’introduzione del cosiddetto « voto di servitù » per le carmelitane.

Ma il mio proposito non è d’entrare in queste prospettive; è quello innanzitutto di farvi rendere conto della spiritualità di madame Acarie nel suo rapporto con l’Incarnazione.
Prendete dunque ciò che vi dirò come un lavoro di neofita, e non come una sintesi, che non pretendo di fare, non essendo, lo ripeto, specialista di quest’opera.
Vorrei sviluppare davanti a voi tre punti importanti  :

  • il primo, sarà una rapida presentazione delle sue opere, dei testi dai quali possiamo riflettere sulla sua spiritualità.
  • in seguito, progetterò di mettere in luce dai suoi scritti e dalle testimonianze che ci sono date ciò che concerne sua spiritualità in particolare in rapporto al mistero dell’Incarnazione.
  • e infine, porrei una domanda più delicata che tocca in parte il lavoro che è stato abbozzato ma che lo tocca in parte solamente, perché lo vedo in una prospettiva complementare. Questa domanda, eccola : perché madame Acarie e perché tutti questi uomini e donne che hanno lavorato attorno alla Riforma della vita religiosa in Francia, della Chiesa cattolica di Francia, hanno centrato così fortemente il loro procedimento sul mistero dell’Incarnazione, anche colui che mi sembrerebbe averla più centrata, di fatto, il cardinale di Berulle. Tutti, a dei gradi diversi, hanno fondato il loro procedimento spirituale a partire di questo mistero.

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Dunque, dapprima qualche parola sugli scritti di madame Acarie. Vi dico subito che non sono molto numerosi, ma bisogna anche presentarveli rapidamente. Lo faccio a partire dal lavoro che mi è stato fornito.
Ci sono dapprima delle lettere – quattordici lettere o estratti di lettere – scritte a Michel di Marillac, al padre di Berulle, a sua figlia madre Maria di Gesù, sotto-priora del Carmelo d’Amiens, a monsieur Fontaines che era probabilmente il padre di suor Madeleine di San Giuseppe, priora del Carmelo di Parigi, etc. Ci sono dunque queste lettere; vi farò riferimento subito e non le presenterò di più nel dettaglio.
Poi, c’è questo piccolo opuscolo che c’interessa molto e che s’intitola  : « I VERI ESERCIZI DELLA BEATA SUOR MARIA DELL’INCARNAZIONE composti da lei stessa ». La prima edizione è del 1622. E’ stato ripubblicato più volte e sembra avere avuto, di fatto, una grossa influenza su tutti questi uomini e donne, sul rinnovo spirituale del secolo. Affermiamo che questi « Veri esercizi » non si presentano – almeno mi sembra – come una sintesi spirituale, ma piuttosto come una sorta d’itinerario, di cammino di vita spirituale, proposta ai credenti; questo cammino parte dal riconoscimento della nostra piccolezza davanti a Dio sotto la forma di una prima oblazione, poi, attraverso differenti percorsi, ci conduce all’azione di grazia per i doni ricevuti; e infine ad una nuova oblazione, ma differente della prima, poiché più cosciente, non solamente della nostra piccolezza ma di tutto ciò di cui Dio ci ha ricolmato, e una remissione tra le sue mani della nostra propria volontà.

E’ un vero cammino spirituale che Madame Acarie propone.
E poi, c’è una terza fonte : sono le testimonianze; ce ne sono certamente molte altre di più di quelle che evocherò. Le prime testimonianze, alle quali mi riferirò, sono delle lettere del padre Coton, padre gesuita eminente, elemosiniere del re, e che mi sembrerebbe avere analizzato con una particolare finezza certe dimensioni della spiritualità di Maria dell’Incarnazione, nella sua corrispondenza con Michel di Marillac. C’è anche la testimonianza della madre Jeanne di Gesù (Seguier), priora del Carmelo di Gisors o ancora la biografia di chi le fu molto vicino, l’abate André Duval; e infine il racconto della sua vita del padre Daniel Herve, prete dell’Oratorio, pubblicato nel 1666.
Ecco dunque le principali fonti di questa spiritualità alle quali mi sono riferito prioritariamente.

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Che cosa si può dire a partire da qui?
Per il rapporto al mistero dell’Incarnazione, c’è dapprima un fatto che bisogna prendere per se stesso perché è espressivo, perché è eloquente : è la scelta del suo nome come religiosa; sembra, tutti i testimoni lo dicono – Monsieur Duval lo rileva in particolare -, che il nome di Maria dell’Incarnazione, l’abbia scelto lei stessa, e volontariamente scelto. Il padre Herve – non so se si riferisce a qualcosa del tutto autentico dal punto di vista della storia (essendo un po’ storico, sono un po’ critico forzatamente) ci dice che questo nome le è stato comunicato da una rivelazione divina. E’ del tutto possibile. Ma poco importa la forma della rivelazione : sembra che sia nel cuore del suo procedimento spirituale il perché abbia voluto riallacciarsi al mistero dell’Incarnazione nella vita religiosa ; e aggiunge d’altronde che « la sua pietà si portava verso nostro Signore considerato nella sua persona e dentro il mistero della sua Incarnazione » ; credo che dica delle cose giustissime. D’altra parte, dice che, quando furono installate le prime carmelitane a Parigi dal padre di Berulle, volle, in pieno accordo con lui, che questo primo monastero fosse consacrato al mistero dell’Incarnazione. Abbiamo dunque qui degli elementi che ci permettono di mostrare il suo attaccamento a questo mistero anche se, d’altronde, non spiega molto. Ma ciò non ha molta importanza; l’importante è che l’abbia vissuto come tale e vedremo che ciò ha un senso profondo nella sua vita. Forse il padre Coton, in una delle lettere a Michel di Marillac, che evoco all’istante, va più lontano quando ce ne mostra le ragioni profonde.

In effetti, sembra che madame Acarie stabilisca una sorta di parallelismo tra Maria, madre del Verbo Incarnato e il mistero dell’Incarnazione stesso, in qualche modo. Nel mistero dell’Incarnazione, c’è unione, lo sappiamo, delle due nature : la natura divina e la natura umana; ma in Maria s’opera quest’unione attraverso l’accoglienza che ha fatto dell’annuncio del 25 marzo, ed è del tutto simbolico dirlo oggi. Non ho trovato un testo di madame Acarie particolarmente consacrato a questo riguardo, ma è vero che si trovano negli opuscoli di pietà del cardinale di Berulle, delle meditazioni di un’estrema profondità sull’Annunciazione perché per lui, tutto il mistero dell’Incarnazione si gioca già qui e si gioca come le dirà lui stesso, nel consenso della Vergine al disegno di Dio; e si può pensare che abbia avuto dell’influenza su di lei da questo punto di vista. Dunque, si può supporre che Maria dell’Incarnazione, scegliendo questo nome, si riallacciasse quasi di simpatia al pensiero di Berulle; ma diffidava molto di tutto ciò che era dell’ordine della sensibilità; di più, penso che vi si riallacciasse senza una riflessione di carattere puramente teologico; vi si riallacciava per delle ragioni del tutto profonde : Maria ha accolto la parola di Dio, dobbiamo accoglierla e vivere dentro la nostra esistenza il mistero dell’Incarnazione a nostra volta. Da ciò si vede bene perché tutta la sua spiritualità – uso un termine che lei non usa ma che altri impiegheranno – è una « Cristologia ». Tutto è centrato sul mistero del Cristo, il Cristo è al centro.
Io vorrei subito darvene un piccolo esempio, tratto da una lettera a madre Maria di Gesù, sua figlia; dice questo  : « che Gesù …sia per sempre il solo possessore dei nostri cuori, come lo sarà, se amiamo e non cerchiamo che lui in tutte le cose ». Dunque lo dice in una maniera molto forte; e ancora, sempre nella stessa lettera, un’altra espressione, curiosa d’altronde  : « vi prego (designando altre suore) […] vi prego di volerle salutare […] da parte nostra nel Cuore amoroso del Bambino Gesù ». Ritorneremo presto su quest’aspetto.

C’è dunque incontestabilmente tutto un orientamento che va essenzialmente verso Gesù, verso Gesù-Cristo, verso Gesù al centro della vita cristiana, un attaccamento al Cristo dentro i suoi misteri. Pertanto, non impiega le espressioni che si trovano presso altri autori spirituali, e mi riferisco anche ad un’opera del cardinale di Berulle, che è d’espressione un po’ difficile, che si chiama « gli stati di Gesù ». Presso madame Acarie, c’è qualche cosa che è equivalente; invita i suoi corrispondenti, le suore, altri… a meditare su ciò che chiama « le virtù di nostro Signore ». Credo che bisogna qui intendere la parola « virtù » nel suo senso originale, nel suo senso latino di « forza » ; gli atti, le attitudini profonde di Gesù, non le sue reazioni come possiamo averne di semplice umanità o di sentimento. E’ ciò che anima Gesù che diventa l’oggetto di questa meditazione e qui, ancora, si vede bene, in vista di che cosa? In vista di un’identificazione di tutta la nostra vita a Gesù stesso, e questo lo scrive ne I veri esercizi  : « vi supplico molto umilmente di guardare ormai dai miei occhi, parlare dalla mia lingua e di operare con tutti i miei sensi e membri, le cose che vi sono piacevoli e gradite, perché m’identifico pienamente al Cristo ». Potete trovare qualche cosa di questo, ma questo non è strabiliante, nella celebre preghiera, in pieno XX secolo, di Elisabetta della Trinità, nella sua preghiera alla Trinità, giustamente.

Dunque, un attaccamento alle virtù di Nostro Signore, una volontà di tradurre in tutta la sua esistenza queste virtù del Cristo che ha contemplato. Sembra pertanto, così posso dire, che ci siano due momenti che l’interessano particolarmente nella vita di Gesù. Mi ha molto colpito ciò che concerne soprattutto il primo. E’ particolarmente interessata a quello che Berulle chiama « Lo stato d’infanzia ». Lo chiama « L’infanzia di Gesù » ; e perché s’interessi particolarmente all’infanzia di Gesù, lo sappiamo, poiché in questo XVII secolo non si ha del tutto la sensibilità che si ha oggi al riguardo dei bambini. L’infanzia era allora considerata piuttosto come un periodo di « bassezza » o veramente di « povera umanità ». Ora giustamente, s’interessa a quest’infanzia di Gesù perché lo sguardo quasi negativo che è portato all’epoca su « lo stato d’infanzia », le mostra a quale punto la Parola di Dio fatta carne abbia sposato ciò che c’è di più umile, ciò che c’è di più limite; è un segno d’abbassamento d’eccellenza. Così Dio ha voluto in suo Figlio ricongiungersi ne « lo stato d’infanzia », con tutti i limiti dell’infanzia, e ciò fa vedere fino a che punto Lui ci ama.

E’ chiaro che l’attaccamento a questo periodo della vita di Gesù, è indicativo della sua riconoscenza, della sua immensa gratitudine per un dio che viene a ricongiungere l’umanità in ciò che ha di più umile e di più piccolo e – perché queste due attitudini sono legate – che invita ogni cristiano a sposare la stessa umiltà, lo stesso abbassamento che Gesù a potuto attendere in se facendosi lui stesso bambino. Io dicevo prima che ciò m’aveva particolarmente toccato perché Berulle scriverà più tardi una vita di Gesù che si perfeziona in una certa maniera alla sua nascita. E’ un fatto che madame Acarie inviti i suoi corrispondenti, le sue suore, ad un attaccamento particolare alla festa di Natale.
Poi c’è l’altra estremità della vita di Gesù : c’è il Cristo sofferente. Ricordo che, in tutti i percorsi seguiti da lei concernenti Gesù – « le virtù di Gesù », – ci sono due momenti privilegiati : il Cristo nascente e il Cristo sofferente in Croce ; e credo che uno dei tratti della sua spiritualità, e forse il più forte, sia l’unione al Cristo sofferente.

Vorrei subito illustrare tutto un breve estratto di una lettera. Che cosa contempla nel Cristo sofferente ? contempla ancora l’abbassamento del Cristo sulla Croce ; « mi stupivo di vedere, dice, questa seconda persona della santissima Trinità messa dalla sorte » – sulla Croce certamente – ma con questa vivissima coscienza che, se è qui, subisce nella sua carne e nel suo corpo tutte le nostre mancanze. « E’ […] messo in questa sorte per i miei peccati e quelli degli uomini » ; il Cristo sulla Croce porta il peccato del mondo. Dunque, se è qui, è perché sposa la condizione umana nella sofferenza estrema del Giusto. Così ha incontestabilmente una visione molto chiara. La Croce non è solamente il segno dell’abbassamento ma il segno di un amore estremo. « Ciò che sentiva interiormente, dice, non si può esprimere e tanto meno dire; mi ricordo bene che l’anima ammirava la sua saggezza e particolarmente l’eccesso del suo amore espresso dal mistero della Croce ». Dunque, unione al Cristo sofferente del quale la Croce è segno d’amore. Ed ecco che, come cristiani, dobbiamo, e lo dice, seguire a nostra volta questo cammino di Croce. Lo esprime in una maniera abbastanza netta in un breve testo che vado a leggervi ; scrive  : « vi supplico di trasformarmi totalmente in Voi, compreso in questo mistero del dono di se stessi ».

Dunque, attitudine d’identificazione al Cristo e sappiamo anche che ha vissuto quest’identificazione al mistero della Croce attraverso le stimmate (delle quali diffidava e non amava parlare); ma si vede bene la continuità tra quest’attaccamento al mistero della Croce e l’espressione delle stimmate nella sua carne.
Alla fine dei conti, al termine di questo percorso, che chiamerei identificazione al Cristo, credo di potere affermare che qui, lei è particolarmente avvertita della riflessione paolina, di San Paolo; Paolo ha avuto visibilmente su di lei una grande influenza. Ne conosce i testi. Arrivata a questo punto del suo percorso, pensa evidentemente alla « kenose divina », cioè all’inno dell’epistola ai Filippesi « a lui che si è abbassato, obbediente fino alla morte e alla morte della Croce ». Dunque va fin qui; ecco se volete sapere in un primo tempo qualche tratto della sua spiritualità.

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Vorrei completare affermando che lei è Cristocentrica, per riprendere l’espressione diventata classica dopo Bremond, anche se credo che riducendo o identificando la scuola francese al Cristocentrismo, Bremond ha dimenticato che può essere Cristocentrica perché è teocentrica – non è un gioco di parole –  : il Cristocentrismo, è una maniera d’andare a Dio, è il Cristo al centro della nostra relazione con il Padre.
La pietà di madame Acarie è una pietà che s’appiglia sulle Scritture; è del tutto speciale. Non si trovano, nei suoi scritti, delle tracce di ciò che chiamerei « degli esercizi di pietà », nel senso cattivo del termine. Si trovano dei riferimenti costanti, anche se non sono sviluppati, al Vangelo, a San Paolo. Manifesta una straordinaria conoscenza della Scrittura. E’ ciò di cui sono testimoni diverse persone ; penso a madre Jeanne di Gesù (Seguier) che diceva precisamente che conosceva bene i testi del Vangelo e di San Paolo. Mi direte che ciò deriva dal fatto che lei è una donna colta. Non è solamente questo, è anche una scelta personale; altri, senza dubbio colti come lei, non centrano molto loro spiritualità, alla prima, sulla Scrittura, e in lei, questo mi ha molto colpito. E’ molto caratteristico. E’ una cosa d’altronde che ritroviamo presso i grandi maestri della scuola francese : una grandissima conoscenza delle Scritture, alla quale s’aggiunge, per certi tra loro, evidentemente, la conoscenza dei padri della Chiesa, etc. Ma è abbastanza rimarchevole trovare ciò presso madame Acarie in una maniera così netta.

C’è un altro tratto che mi ha colpito : è l’equilibrio umano della sua spiritualità : oserei dire che è la spiritualità di una donna che conosce perfettamente le esigenze della vita umana; non è una sognatrice, non è una mistica disordinata, non è una donna fuori della realtà del mondo; ne conosce, ne ha conosciuto e percorso – si sente nei suoi scritti – le preoccupazioni, le preoccupazioni di una casa da dirigere, le preoccupazioni dell’educazione dei suoi bambini; anche diventata religiosa, rimane, per così dire, in ammirazione della gente che vuole e anche che sceglie, nonostante una reale attrazione per la vita consacrata, di continuare a vivere nel secolo. Non glielo biasima, non viene a dire a loro che sarebbe stato meglio entrare al Carmelo. No, dice : « così giungete a vivere la vostra vita cristiana nel secolo, è ammirevole »; perché sa ciò che è. Queste esperienze dunque delle esigenze dell’umanità, non solamente le ha conosciute, ma le custodisce una volta diventata religiosa. Non le dimentica, e ciò la conduce a dare dei consigli molto saggi, molto umani; allora si può obiettare : è quando non è ancora entrata al Carmelo ! ma quando il giovane Pierre di Berulle negozia in Spagna la venuta delle prime carmelitane, gli invia dei consigli molto giudiziosi sulla scelta delle persone, e i consigli non sono di fare delle ore d’orazione. No, sono dei consigli molto umani, molto concreti, che concernono l’equilibrio, il discernimento, la saggezza, la pratica quotidiana delle virtù. E’ impressionante.

Lei ha evidentemente un attaccamento alla vita d’orazione, è vero, e poi, avrei potuto sottolineare subito uno dei tratti della sua spiritualità, non del tutto estraneo alla vita del Cristo, quello di vivere costantemente alla presenza di Dio, come si diceva altre volte nella preghiera tradizionale della Chiesa  : « mettiamoci alla presenza di Dio ». E’evidente che vive costantemente alla presenza di Dio e che l’orazione gioca per lei un gran ruolo, ma diffida molto a riguardo di una pratica dell’orazione che non sbocca su delle virtù umane. Se l’orazione ha fatto di voi un essere irrealista o che non sa comportarsi con le suore, o che non sa accettare gli umili compiti della vita quotidiana, è un’orazione che è falsa nel suo vero senso; d’altronde madame Acarie n’è lei stessa l’esempio poiché si dedica a dei compiti umilissimi nei quali, dicono i commentatori, manifesta molta dolcezza, molta modestia. Aggiungerei anche : è diffidente, non solamente a riguardo di quelli che divagano, ma anche a riguardo di lei stessa. E’ così che prova una sorta di resistenza ai momenti d’estasi, e ciò conduce a pensare che, anche se non l’esprime molto, è attaccatissima ad una meditazione dell’umanità del Cristo nel mistero dell’Incarnazione, come abbiamo già detto. Dunque c’è da parte sua un profondo equilibrio e una profonda umanità.

L’ultimo tratto che sottolineerei : non è una teologa, non cerca di esserlo, di tutta evidenza d’altronde. Ma senza essere una teologa, ciò che ci lascia presentire della sua conoscenza dei misteri del Cristo, è molto giusto; ha un vero attaccamento, l’abbiamo sottolineato subito e anche monsieur di Berulle l’ha sottolineato, al mistero dell’Eucaristia come dono del Cristo; lo sottolinea fortemente, come presenza del Cristo. D’altronde, ha un gran senso della Chiesa, un grandissimo senso della Chiesa; è stupefacente, e certamente lo vive nella prospettiva di una Chiesa lacerata dalla Riforma protestante. Ha d’altronde qualche frase un po’ dura riguardo agli ugonotti. Nel contesto dell’epoca ciò può si comprendere, ma nello stesso tempo non vi si attacca in maniera eccessiva. Ciò che la preoccupa, è la Chiesa divisa. Come ricostruire, in qualche modo, non semplicemente l’unità istituzionale, ma il corpo del Cristo ?
D’altronde, mi sembra che si sia troppo poco ricordato che questa scuola francese di spiritualità guardava al mistero della Chiesa già molto più come corpo del Cristo che come istituzione. Credo che la teologia, che di seguito svilupperà le caratteristiche « una, santa, cattolica e Apostolica », la teologia bellarmiana in particolare, questa teologia fatta contro il protestantesimo in gran parte, ci ha fatto dimenticare che questi uomini e queste donne, loro, guardavano dapprima la Chiesa come corpo del Cristo. E felicemente il padre Mersch, nei suoi lavori sul Corpo mistico del Cristo, ha reso giustizia a questa ricerca spirituale che, in una certa maniera, non è del tutto passata nella formazione teologica fino al XX secolo.

Di più, suor Maria dell’Incarnazione ha un gran senso del mistero della Redenzione e qui s’appoggia ancora su San Paolo; si vede che, senza essere teologa nel senso forte del termine – non considera un solo istante d’esserlo, a me così sembra, è troppo modesta per farlo – ha una conoscenza precisa dei punti essenziali della fede cristiana.
Riassumendo, direi che, evidentemente, ciò che è rimarchevole in lei, è l’equilibrio della sua vita spirituale. Si comprende l’influenza che ha avuto e quante persone hanno dovuto trovare presso di lei non solamente risorse, conforto, ma orientamento profondo. Si può costatare che il suo attaccamento al mistero dell’Incarnazione è nella linea di Teresa d’Avila che conosce, perché Teresa d’Avila – rileggete la sua corrispondenza – anche lei, è molto umana e molto realista in ciò che scrive; e nella linea, ugualmente, d’altri maestri spirituali (influenza ignaziana in particolare), ma penso che, alla sua maniera, sia stata in gran parte ispiratrice di questo sforzo di ricentramento dell’epoca sul mistero dell’Incarnazione.

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Vorrei dunque, in ultimo luogo, come l’ho annunciato subito, interrogarmi davanti a voi sulla ragione profonda o sulle ragioni profonde – progetterò di avvicinarle – che hanno condotto questi uomini e queste donne, con Maria dell’Incarnazione, a ricentrare maggiormente la spiritualità cristiana di questo tempo verso il mistero dell’Incarnazione che è il nostro tema centrale oggi. Vorrei anche interrogarmi in un’altra prospettiva, del tutto complementare, penso, sul legame tra questo mistero dell’Incarnazione e ciò che chiamerei un’evoluzione religiosa di più lunga durata, che una crisi propriamente detta, nata con la separazione nella Chiesa.
Voi sapete che, nello studio delle spiritualità, abitualmente, si ricercano le sorgenti nelle spiritualità anteriori, e ciò è appassionante. Non è questo che metto in causa. Mi sembra tuttavia che, se ci sono dei maestri spirituali che sono dei grandi maestri spirituali per un dato tempo, e che, anche se non ritroviamo presso di loro una riflessione analitica sui problemi del loro tempo, è perché i tratti spirituali che sviluppano sposano strettamente i bisogni di questo tempo nelle loro più grandi profondità, in ciò che hanno di più significativo, al di là e anche molto aldilà della crisi immediata.
Mi sembra che la problematica di questo tempo si possa riassumere in tre tratti. Rimonterò abbastanza lontano nel passato  :

  • c’è dapprima, e si vede bene d’altronde nell’arte, l’onnipresenza della morte, il mistero della morte. E questo non è stupefacente. Ci sono stati degli avvenimenti tragici della storia che rimontano anche al XV secolo (fine XV); ma in una maniera più generale basta leggere i testamenti per sapere per esempio che, fra tutti i bambini che nascevano, ce n’erano molti che morivano. L’onnipresenza della morte provoca un’interrogazione profonda, un’inquietudine, un’angoscia, che si avvitano nell’uomo dell’epoca « chi sono, qual è il valore dell’uomo ? ».
  • c’è un secondo tratto di cui bisogna tenere conto ed è « l’allargamento del mondo », almeno presso le élites colte – come scrive Pierre Chaunu (storico); il XVI secolo aveva conosciuto la più grande mutazione del nostro spazio umano, l’apertura di tutti gli spazi marittimi : 1492, scoperta dell’America, qualche anno più tardi Vasco de Gama scopre l’India, Magellano intraprende il giro del mondo, Mercatore elabora una carta del mondo che, nei suoi grandi tratti, è la nostra. In cinquanta anni il mondo s’era saldato al vertice. Nella prima metà di questo XVI secolo, l’espansione europea aveva rovesciato il mondo; nella seconda metà il resto dell’universo cominciava a mettere sottosopra l’Europa… Assistiamo a un’esaltazione dell’uomo.
  • Questa Europa rimette al suo rango il pensiero scientifico e penso alla rivoluzione copernicana che sarà molto presente nella spiritualità di Berulle in particolare. Non sa se il pensiero di Galileo sia il migliore dal punto di vista scientifico, ma a lui sembrerebbe utilissimo per riportare il Cristo al centro dell’universo.

  • Infine, c’è un terzo tratto che vorrei sottolineare, ma senza estendermi, è ciò che gli storici hanno chiamato « Lo spossamento religioso della fine del Medio Evo »  : spossamento, fatica, questi autori vogliono sottolineare che la Chiesa si è trovata incapace – impiego qui il termine in senso molto largo e forzatamente ingiusto in relazione a molta gente e a maestri spirituali – incapace, sì, di rispondere all’attesa degli uomini o di trovare delle risposte adeguate all’attesa degli uomini presi tra l’angoscia della morte e l’esaltazione di loro stessi.

Questa non è dapprima una crisi istituzionale – altri storici l’hanno largamente sottolineato – è una crisi religiosa; questa crisi religiosa si traduce in ciò che i ricercatori chiamano anche « una crisi degli scambi tra il visibile e l’invisibile ». Non ho sfortunatamente il tempo di sviluppare il tema, ma voglio dire  : come stabilire una relazione sana tra ciò che siamo e il mistero di Dio ? E’ in questa prospettiva che si comprende l’inadeguatezza di certe risposte nel XVI secolo, e la reazione dei « riformatori ». D’altronde, non è solamente ciò che è stato all’origine del procedimento di Lutero, ma la sua reazione contro le indulgenze, come se la strumentalizzazione delle indulgenze potesse regolare i nostri rapporti tra il visibile e l’invisibile. E andrò più lontano : ne restano delle tracce nel XVII secolo, in una certa strumentalizzazione dei sacramenti; diventò cosa corrente che si facessero celebrare molte messe per i morti, è rimarchevole, ma che si andasse a immaginare di fare celebrare mille messe il giorno per un’inumazione, questa contabilità religiosa sembra incredibile ! e si vede anche dai testamenti che riportano la richiesta di celebrare 50.000 messe !!! In breve, quando parlo d’una strumentalizzazione, vedete bene ciò che voglio dire.
Diveniva indispensabile un riequilibrio; ed è qui che, senza dilungarmi, mostrerei che l’intuizione dell’Incarnazione va a situarsi, non a metà cammino delle risposte proposte dall’Umanesimo e dalla Riforma protestante, ma su un altro terreno.

Da una parte, il Rinascimento e l’Umanesimo erano stati piuttosto dalla parte dell’esaltazione dell’uomo, direi dell’orgoglio umano prodigioso; potrei citare dei testi che lo illustrano perfettamente. Ne cito uno perché è divertente in certe parti : quello del matematico, filosofo, astronomo che era Cardano, che dice  : « Fra i prodigi naturali, il primo più raro, è che io sono nato in questo secolo ». Vedete, è ammirevole dire una cosa simile : « Io sono nato in questo secolo in cui la terra è stata scoperta mentre gli antichi ne conoscevano non molto più di un terzo; le conoscenze si sono estese, che c’è di più meraviglioso dell’artiglieria, questa polvere dei mortali bene più pericolosa di quella degli Dei» e « che ci manca ancora? Ebbene, di prendere del cielo ». « Ho letto, scrive ancora Pico della Mirandola, nel Libro degli Arabi, che non si può vedere nulla di più ammirevole nel mondo dell’uomo ». Esaltazione dell’uomo ; un’eco di questa esaltazione dell’uomo non sarà ignorata dai maestri spirituali del XVII secolo. Nel famoso opuscolo del cardinale di Berulle sull’Uomo, si trova questo  : « E’ un angelo, un animale, un Dio, un niente circondato di Dio, indigente di Dio, capace di Dio se vuole ». Ma, se si ritrova qualche cosa di questa esaltazione, sarà presentata altrimenti e vedremo come vi si pone il mistero dell’Incarnazione.

Anche la Riforma era una risposta, ma un’altra risposta che andava in tutto altro senso, nel senso non più dell’esaltazione dell’uomo, ma dell’abbassamento assoluto dell’uomo fino a disperare in qualche sorte della salvezza, se non della fede; ciò conduce anche alla predestinazione, nel senso calvinista del termine. In questo contesto, trovo personalmente molto rimarchevole l’equilibrio teologico del Concilio di Trento, che poi si è molto screditato, e che offre giustamente una sintesi straordinaria. Solamente ecco, il problema, è sempre questo con i Concili, è di sapere come saranno recepiti. E si sa che i decreti del Concilio di Trento non sono ancora accettati in Francia all’inizio del XVII secolo. Non è solo questo, non sono solo i decreti in loro stessi, recepiti o non recepiti. Come sono tradotti ? Come saranno tradotti nella vita spirituale ?

Mi sembra che il genio spirituale di madame Acarie e di tutti quelli che si sono riuniti dietro di lei, sia stato precisamente di comprendere la centralità del mistero dell’Incarnazione. L’Incarnazione, è il proseguimento del disegno creatore. Certamente, c’è stato lo scacco e il peccato dell’uomo, la caduta, ma si ha brama di dire – rileggiamo certi passaggi di Berulle – che anche se non c’era stato, il progetto di Dio, sarebbe, forse, stato di andare fino all’Incarnazione. Berulle si situa nella linea teologica di quelli che pensano che, in tutti i modi, il mistero della creazione prefigura il mistero dell’Incarnazione che è la figura dell’uomo di eccellenza, ma di quale uomo ? dell’uomo perfetto adoratore del padre e che ha portato a fine in qualche modo la sua relazione con Dio. In effetti, questo mistero si profila all’orizzonte come la riuscita del progetto creatore. Qui c’è forse una sfumatura tra Berulle e madame Acarie. Madame Acarie insiste di più sul Cristo sofferente, non che il pensiero d’una kenose divina sia assente dal pensiero di Berulle, ma Berulle, è più centrato forse sul mistero dell’Incarnazione come tale. Perché, quando ne parla, in particolare nelle « Grandezze di Gesù », dice « Dio si è riunito nel suo studio per pensare il problema dell’Uomo » ? « il problema dell’Uomo »  : audacia d’una frase simile ! in questo senso, l’Incarnazione è il desiderio di Dio di far riuscire il progetto dell’Uomo. E’ forse per ciò che spesso insiste, anche se è del tutto cosciente che il mistero dell’Incarnazione significa la venuta di Dio nella nostra umanità, insiste su ciò che chiama l’umanità deificata.

E madame Acarie ? la sua maniera di prendere in conto le dimensioni dell’umanità di Gesù non è del tutto estranea a questo procedimento. Quali sono le ragioni di questa centralità ? Ve ne sono molte. C’è la volontà di tenere in conto la questione degli umanisti, ma sotto un altro angolo : come realizzare la mia vita d’uomo, la mia umanità ? c’è anche la volontà di prendere in conto la questione della piccola gente inquieta, che la Riforma protestante ha perfettamente utilizzata : come posso essere in relazione con Dio? e si vede bene che alle due questioni il mistero dell’Incarnazione apporta la vera risposta, poiché è il mistero d’un Dio che viene a riunirsi all’uomo e che, anche da qui e dal cammino che prendiamo seguendo Gesù, permette all’uomo di realizzare pienamente il suo ritorno verso Dio. In questo caso, sono pienamente uomo, se sono colui, giustamente, che « realizzò la sua capacità di Dio », per riprendere l’espressione di Berulle.
Ecco qualche ragione; la più fondamentale che apporta Gesù, è che ci dice il cammino. Io penso alla meditazione a proposito della Samaritana, questa insistenza di Berulle quando lo dice (insiste sulla famosa frase  : « Se tu sapessi il dono di Dio »)  : « Dio che viene verso l’Uomo, l’Uomo che va a Dio dall’Uomo-Gesù ». Non delle tecniche spirituali, ma un’adesione profonda, un’unione al mistero del Cristo. Ecco, così mi sembra, la ragione profonda dell’interesse per il mistero dell’Incarnazione.

Allora, vorrei concludere interrogandomi davanti a voi sull’interesse di questo procedimento spirituale per noi oggi. Mi direte : di principio, il mistero dell’Incarnazione resta il centro della vita cristiana, certamente. Pertanto, la ragione profonda della mia questione è questa : siamo in un tempo differente da quello di Madame Acarie ? Certo, è molto differente per una molteplicità d’aspetti; ma, è che non siamo, anche noi, ancora sballottati o divisi tra questa esaltazione dell’uomo che continua a proporci lo sviluppo prodigioso delle scienze, delle tecniche, che può far sognare o pensare che non ci siano limiti, e poi nello stesso tempo, lo spalancamento che questa fine del XX secolo ci ha già mostrato con i danni che l’uomo è capace d’accumulare su se stesso. Il XX secolo non è forse il peggiore degli secoli, non ne so niente, non voglio fare un paragone, ma d’orrori, ce ne ha mostrato qualcuno …

Dunque, mi sembra che ci sia qualche cosa di questa tensione in ciò che gli uomini d’oggi vivono ed è perché credo che il mistero dell’Incarnazione resti molto centrale e molto attuale. Non bisogna cercare presso questi maestri spirituali come madame Acarie, il calco esatto di ciò di cui abbiamo parlato oggi; ma ho voglia di dire che essi ci invitano a meditare a nostra volta in profondità su questo mistero dell’Incarnazione, a dargli tutta la sua portata in rapporto all’uomo d’oggi e in rapporto alla sua richiesta spirituale. In uno scritto pubblicato alcuni anni fa, al quale mi riferisco (e di cui le suore che sono qui non si ricordano forse, ma si ricordano dell’autore poiché si tratta del padre Daboville), si affermava di seguito da una conferenza che aveva fatto a « La settimana degli intellettuali cattolici » a Parigi  : « il Cristo anche è uomo; nel secolo delle scienze e delle tecniche, ciò che ricerchiamo (prendete la parola come la dice), è un mito dell’uomo ». Con la parola « mito », intende non un’idea dell’uomo, un concetto, ma piuttosto una sorta d’immagine ideale che trasfigura il reale senza distruggerlo, che smuove tutta l’affettività, che orienta l’agire umano, che permette di discernere i valori dell’accadere; e continua  : « abbiamo bisogno d’un mito dell’uomo. Gesù ci può aiutare a rispondere a questa questione ? » Nel seguito del suo articolo, il padre Daboville precisa ancora  : « Se rispondo dalla parte della mia fede, certamente, è Gesù che è il mito dell’uomo, il vero, la vera figura d’umanità. Ma la domanda che dobbiamo porci oggi è questa : perché allora questa figura passa male ? ». S’interroga su questa difficoltà. Ciò che è in causa, non è il dogma dell’Incarnazione, al contrario, dato che è un dogma. Ma è il rifiuto di tutto ciò che significa il dogma dell’Incarnazione. Siamo andati fino in fondo della nostra meditazione del mistero dell’Incarnazione? Deplora in particolare, presso certi autori, « un aspetto troppo metafisico che esagera troppo una certa presentazione della Redenzione ». A intendere, anche a leggere qualche teologo, si direbbe che il Vangelo contenga molte scene inutili; secondo loro, per salvarci in Gesù, basta che nasca, soffra, muoia, resusciti; non era necessario che nella misura in cui le sue parole ci informano sul suo essere straordinario… Straordinaria logica che fissa i limiti a tutta la gratuita iniziativa dell’amore, che chiude l’esistenza concreta nelle categorie d’un momento di ragione. Ora Gesù è anche un uomo nel senso che l’esperienza quotidiana dette a questo vocabolo, un’esistenza determinata da uno spazio, da una durata, da una condizione. Gesù è vissuto come uomo, fra gli uomini, cioè si è sottomesso alle leggi necessarie dell’azione umana, non ha cercato di scavalcarli, come Dio s’era sottomesso alle condizioni dello sviluppo della sua rivelazione attraverso l’umanissima storia d’Israele. Ma un uomo che ci apre al mistero di Dio, ed è qui tutta la posta del mistero dell’Incarnazione.
Non ne dirò di più; penso che attraverso questi legami, forse più suggestivi da parte mia che totalmente poco solidi, vi abbia persuaso dell’attualità di questo mistero dell’Incarnazione.